di Alfredo SANAPO
Caro Alfredo,
appena ho letto le istruzioni della rubrica Figli della Quercia, ho pensato a un ricordo di quando ero ragazzetto e frequentavo le elementari presso la "Roberto Caputo". Ho impresso nella mente l'odore di bruciato, all'entrata e all'uscita da scuola, che sicuramente si originava dal lavoro del maniscalco (ferracavaddhi). Si chiamava Vituccio Ventura e aveva la sua bottega di fronte dove ora c'è il complesso di case con la banca e il cinema "Paradiso" e prima c'era la bellissima Villa Caputo. All'epoca, quella puzza di capelli bruciati mi dava fastidio, ma nonostante tutto andavo a scuola prima dell'orario perché giocavo con gli amici. Ora, anche se il mondo è pulito e profumato, sento un po' di nostalgia e mi dispiace che i ragazzi di oggi non possano respirare quel clima popolare e solidale di una volta.
Giuseppe Chiuri

Caro Giuseppe,
certamente le condizioni igieniche del tempo non erano ottimali come quelle attuali (salvo qualche eccezione) in cui tutti i cattivi odori sono stati elimnati. Tuttavia, la società dell'epoca era più coesa in quanto già a scuola (quella pubblica) si confrontavano bambini di famiglie di qualsiasi ceto, si conoscevano realtà diverse e si viveva con maggior spirito di fratellanza.
Uno dei simboli di questo mondo "trasversale" era sicuramente il mestiere del maniscalco (ferracavaddhi o ferraciucci). Una professione molto richiesta in un periodo in cui possedere un mezzo a motore o un trattore era un lusso. Un lavoro alquanto complementare a numerose altre occupazioni (aratori, guidatori di traìni, barrocci e sciarabbà o noleggiatori di carrozze).
La necessità di ferrare cavalli e asini è nata sin da quando l'uomo ha imparato ad addomesticare gli equini. Questi erbivori selvatici pascolavano su un'ampia varietà di terreni e, perciò, i loro piedi, stimolati dal continuo movimento, assumevano una forma liscia, regolare e dura come un callo e meno soggetta a traumi. La stabulazione, la copertura di minori distanze e l'aumento degli sforzi dovuti ai vari utilizzi del cavallo avrebbe indebolito gli zoccoli incrementandone l'usura.
La mascalcìa pare abbia avuto origine in Scandinavia in quanto il clima freddo avrebbe infiacchito gli zoccoli rendendo necessaria la loro protezione tramite ferratura. La pratica fu importata dai Galli e dai Celti dai quali i Romani la impararono e la diffusero entro i loro territori. Ciò contribuì a rafforzare l'esercito romano il cui nerbo era la fanteria, dotandolo di una potente cavalleria.
Di pari passo, si diversificò il tipo di protezione dello zoccolo: si passò, infatti, dall'arcaico ipposandalo (piastra di ferro con bordi laterali rialzati e alcuni ganci per fissarlo al piede con dei lacci) all'attuale forma a staffa (da fissare con chiodi).
Per comprendere come avveniva la attività di Mesciu Vitucciu Ventura, conviene fissare alcuni elementi della struttura dello zoccolo. Ogni zampa ha un solo grande dito la cui falange inferiore è ricoperta da uno strato corneo il quale è costituito da 3 parti (vedi immagine): la muraglia, più dura, ha la forma di tronco di cono e ricopre davanti e di lato lo zoccolo; il fettone, una struttura gommosa di forma triangolare con la base che si estende tra i due talloni e la punta in avanti; 3) la suola, tra muraglia e fettone, con durezza crescente verso la parte a contatto col terreno.
La procedura della ferratura si è evoluta negli anni, ma è rimasta pressoché inalterata nelle sue fasi essenziali. Essa inizia con la sferratura (se il cavallo è già ferrato), ovvero l'asportazione dei ferri presenti. Dopodiché, si procede al pareggio dello zoccolo attraverso il quale si eliminano le parti morte della suola e si accorciano le parti irregolari del fettone con un attrezzo chiamato coltello inglese. La muraglia viene tagliata con una tenaglia e rifinita con una raspa per metterla sullo stesso piano della suola. Poi, il maniscalco sceglie il ferro di dimensioni e di forma più adatta allo zoccolo, lavorandolo con incudine, pinza e mazza fino ad ottenere la migliore corrispondenza possibile. Per verificarla, il maniscalco applica il ferro arroventato allo zoccolo. Infine, si procede alla chiodatura utilizzando chiodi di ferro dolce con gambo e testa quadrati da infiggere obliquamente nella muraglia.
L'arte della mascalcia - come si è visto - richiede molta esperienza e molta maestria, tant'è che nella seconda metà del XIV sec. essa riuscì a rientrare nella Corporazione dei Fabbri di Firenze. La sua funzione di primo piano nel nostro territorio si è mantenuta finché la nostra economia non è approdata alla meccanizzazione. Sino ad allora, il maniscalco aveva un peso sociale di non poco conto in quanto dalla sua competenza dipendevano numerose altre attività. La sua importanza rimane tuttora intatta in quelle zone del globo non toccate dallo sviluppo tecnologico degli ultimi decenni. Nel mondo occidentale, invece, residua negli ambienti finanziariamente facoltosi che sottendono il settore dell'equitazione dove i maniscalchi sono regolarmente stipendiati e coadiuvati da altre professionalità (stalliere, veterinario, fisioterapista equino e addestratore). Il che la dice lunga delle competenze possedute dal nostro Mesciu Vitucciu in tempi tutt'altro che sospetti.