di Ercole Morciano Da sabato 20 gennaio l’aula magna della Corte d’Appello di Lecce è intitolata a Vittorio Aymone.  Scoperta dalla nipote Luciana Aymone, la targa dedicatoria, sobria come lo stile del grande uomo e grande avvocato nato a Tricase il 15 dicembre 1920, è un ulteriore segno di riconoscimento dei meriti acquisiti da uno dei figli più illustri della nostra città. L’iniziativa, sorta per unanime volontà dei due ordini legati all’amministrazione della giustizia – l’ordine giudiziario e quello forense – riveste un particolare significato perché l’aula magna è il luogo maggiormente deputato all’incontro e alla collaborazione tra magistrati e avvocati.

Un auspicio-impegno che ha visto costantemente in prima linea l’avvocato Vittorio Aymone nello svolgimento dei vari ruoli rivestiti: difensore penale, consulente giuridico di ministri della giustizia, presidente o componente di commissioni ministeriali per le riforme giudiziarie, docente universitario di etica professionale, presidente dell’ordine forense.

Ruoli vissuti con la massima autorevolezza, tanto da renderlo indiscusso “principe del Foro”, titolo che tutti gli riconoscevano per la profondità della scienza giuridica, per la probità professionale, per il nuovo stile oratorio ispirato ai grandi classici nella struttura, ma lineare e stringente nella forma, per la cultura umanistica, sulla quale fondava la certezza che al centro del processo penale c’è l’uomo concreto, con tutte le sue peculiarità, i drammi, gli abissi delle debolezze e le vette delle nobili aspirazioni.

La città di Lecce, dove Vittorio Aymone si era trasferito da Tricase nei primi anni ’50 per motivi professionali, gli ha intestato la piazza di fronte alla sua abitazione, vicino a Porta Napoli; da lui prende il nome la Scuola di specializzazione delle professioni istituita presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Lecce; a Vittorio Aymone è intitolata la Fondazione voluta dal Consiglio dell’Ordine, e sostenuta dalla famiglia, per la formazione dei giovani avvocati, realizzando così un  desiderio del grande penalista.

Vittorio Aymone mantenne con Tricase un rapporto filiale; con la moglie Dora Raeli sposata nel 1952, anch’essa tricasina, trascorreva buona parte delle ferie estive nella villa che si affaccia sul porto; durante la sua breve esperienza politica nel P.L.I. rappresentò Tricase alla Provincia, dove svolse l’incarico di assessore alla cultura nei primi anni ’50, organizzando tra l’altro manifestazioni che dovevano preludere alla nascita dell’università; donò al paese natale il terreno per la costruzione del campo sportivo in via Matine; grazie alla sua autorevolezza salvò più volte la Pretura di Tricase dalla soppressione; non girò mai le spalle ai tricasini che gli chiedevano aiuto e meritavano di averlo. Io lo conobbi mentre ero studente a Lecce nei primi anni ‘60: quando per sciopero o altri motivi uscivo prima da scuola, con altri compagni - in attesa dell’orario del treno - ci recavamo in tribunale per assistere alle cause penali che si tenevano al vecchio palazzo di giustizia, in piazza S. Oronzo.

Lì noi tricasini ci sentivamo quasi a casa perché alla fine della grande scalinata d’accesso ci accoglieva il busto marmoreo di Giuseppe Pisanelli, in verità un po’ accigliato, con la solenne epigrafe retrostante. Poi, con circospezione e senza fare chiasso, circolavamo nell’ampio, alto corridoio dell’ex convento dei gesuiti e ci affacciavamo alla soglia delle aule d’udienza compiendo le nostre scelte; il più gradito per l’ascolto era il  giovane avv. Vittorio Aymone, poi venivano gli altri più anziani come Massari, De Pietro ecc.

Da allora l’ho ascoltato in altre occasioni, anche a Tricase, e come altri rimanevo incantato dal suo eloquio col quale ogni orazione diventava un capolavoro per l’armonia tra struttura, forma, registro, contenuti, voce, declamazione.Con me fu disponibilissimo quando nel 1995 gli chiesi l’intervista da pubblicare su “Nuove Opinioni” per il 50° di Toga: m’invitò a casa sua a Lecce e da allora iniziò un rapporto più confidenziale che si ravvivava d’estate, quando andavo a trovarlo a Tricase-Porto e si parlava di storia locale; consuetudine che è rimasta fino agli ultimi anni della sua vita.

A Tricase ha continuato a voler bene fino alla fine mantenendo intatte le sue radici di cui andava fiero; pertanto auspico che la città natale gli dimostri un segno di affetto e riconoscenza a futura memoria per indicarlo con sano orgoglio alle future generazioni.

 

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